Una perizia tecnica conferma il sabotaggio della petroliera Seajewel avvenuto nel 2025. Due ordigni militari sono stati applicati allo scafo, ma un difetto di funzionamento e la zavorra hanno evitato un disastro ambientale. Le indagini proseguono.
Indagini sul sabotaggio della petroliera Seajewel
Il caso della petroliera Seajewel, colpita da due esplosioni nel 2025, è stato chiarito da una perizia. Gli esperti hanno confermato l'origine dolosa dell'attentato. Le analisi si sono svolte in Grecia, presso il cantiere navale del Pireo. L'ingegnere navale Alfredo Lonoce e l'ispettore Federico Canfarini hanno condotto gli esami. Hanno lavorato per dodici ore sotto la chiglia della nave. La polizia scientifica greca ha fornito supporto con i tamponi. Queste operazioni hanno permesso di ricostruire con precisione gli eventi.
Dettagli tecnici sull'esplosione
Le misurazioni effettuate hanno rivelato uno squarcio principale di 120 per 70 centimetri. La lamiera deformata verso l'interno indica la natura dell'evento. Gli esperti hanno concluso che le deformazioni sono compatibili con la detonazione di ordigni esplosivi. Non si è trattato di un singolo ordigno. La perizia suggerisce che siano state utilizzate due mine di tipo militare. Queste mine sono definite «a patella». Sono dotate di magneti per aderire allo scafo. Possiedono anche un temporizzatore meccanico. Questo permette un ritardo nell'innesco fino a 7-9 giorni. La provenienza esatta delle mine non è stata determinata. Tuttavia, gli investigatori sottolineano la loro natura tipicamente militare. L'applicazione degli ordigni è avvenuta probabilmente mentre la nave era ferma in porto. La velocità di crociera della Seajewel, circa 13-13,5 nodi, rende improbabile la tenuta dei magneti in navigazione. Un porto precedente all'attracco a Savona appare quindi l'ipotesi più plausibile.
Un sabotaggio imperfetto e la zavorra salvifica
Uno dei due ordigni non ha funzionato come previsto. Si sarebbe sganciato accidentalmente. L'esplosione è avvenuta sul fondale marino, non sulla chiglia della nave. L'altro ordigno ha causato lo squarcio. Tuttavia, le conseguenze non sono state catastrofiche. Un fattore determinante è stata la presenza di circa 900 tonnellate di acqua di zavorra. Questa si trovava nella cisterna 6 Sn, per circa due metri dal fondo. L'acqua ha agito da efficace ammortizzatore. Ha assorbito gran parte dell'energia dell'esplosione. Questo ha impedito che l'onda d'urto raggiungesse il fasciame della cisterna di carico. Grazie a questo «cuscino» liquido, non si è verificato alcuno sversamento di greggio in mare. Senza quella zavorra, l'effetto distruttivo avrebbe potuto intaccare il carico di petrolio. Ciò avrebbe comportato rischi ambientali e di sicurezza molto più gravi.
Mistero sui responsabili e moventi
Nonostante i dettagli emersi dalla perizia, il mistero sui responsabili e sui loro moventi rimane fitto. La Seajewel, battente bandiera maltese, era già stata oggetto di attenzione. Era sospettata di far parte della cosiddetta «flotta ombra» legata al petrolio russo. Il suo carico e i suoi spostamenti erano sotto osservazione. Le indagini sono coordinate dalla Procura di Genova. L'ipotesi di reato è naufragio aggravato da finalità di terrorismo. Le indagini proseguono senza escludere alcuna pista. Gli artificieri hanno fornito una certezza: non si è trattato di un incidente o di un'avaria tecnica. È stato un sabotaggio vero e proprio. È stato eseguito con ordigni militari. Per una serie di circostanze fortunate, o per un errore degli attentatori, non si è trasformato in una tragedia ambientale o umana.
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