Un padre di 40 anni di Carate Brianza è stato condannato a 4 anni di reclusione per aver maltrattato, lesionato e sequestrato la figlia 18enne. La sentenza è arrivata dal Tribunale di Monza dopo un processo in cui la giovane ha confermato le accuse.
Condanna per aggressioni e controllo oppressivo
Il Tribunale di Monza ha emesso una sentenza di condanna a 4 anni di reclusione per un uomo di Carate Brianza. L'uomo, 40 anni, è stato riconosciuto colpevole di maltrattamenti, lesioni personali e sequestro di persona. La pena include anche l'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. La condanna arriva dopo che la figlia, all'epoca dei fatti 18enne, aveva denunciato il padre per un regime di vita estremamente controllante. Le accuse iniziali risalgono al 2023.
La giovane aveva inizialmente ritrattato le accuse durante il processo. Tuttavia, il giudice l'aveva avvertita delle conseguenze legali per falsa testimonianza. La ragazza, temendo di incorrere in reati, ha poi confermato le accuse mosse contro il padre. La sua testimonianza è stata cruciale per la decisione del tribunale.
Precedenti penali e aggravanti
L'uomo aveva già accumulato diverse condanne, alcune in primo grado, che hanno portato al suo arresto. In precedenza, era stato agli arresti domiciliari e poi trasferito in carcere per il cumulo delle pene. Tra le condanne precedenti figurano 2 anni per aver perseguitato impiegate dei servizi sociali. Queste ultime si occupavano della ex compagna e madre dei suoi 4 figli, a seguito di una denuncia per maltrattamenti in famiglia. A ciò si aggiungono altri 2 anni di reclusione per la stessa denuncia. Infine, 14 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, per aver aggredito i carabinieri durante una perquisizione.
Questi precedenti hanno pesato sulla decisione finale del Tribunale di Monza. Il percorso giudiziario dell'uomo è stato segnato da diverse vicende legali. La sua situazione è peggiorata a causa delle molteplici condanne ricevute.
Il regime oppressivo e le accuse della figlia
Le accuse più recenti riguardano la figlia primogenita, avuta da una precedente relazione. La ragazza, raggiunti i 18 anni, ha denunciato il padre per un vero e proprio «regime oppressivo». Secondo il suo racconto, le era impedito di uscire per cercare lavoro. Non poteva scegliere i propri abiti. Le era vietato avere contatti con la madre, da cui la giovane si era allontanata per andare a vivere con il padre. La sua testimonianza ha descritto un controllo ossessivo, insulti continui, percosse e frequenti scatti d'ira.
La ragazza ha dichiarato in aula: «Ha sbagliato, ma è sempre mio padre. Voleva controllarmi la vita, ma poi ho capito che lo faceva per proteggermi». Questa frase, detta durante la testimonianza, ha evidenziato la complessità del rapporto padre-figlia. Ha anche mostrato una iniziale ambivalenza nei confronti del genitore.
La difesa e i tentativi di scagionare il padre
La difesa dell'imputato ha sostenuto una versione differente dei fatti. Secondo gli avvocati, la situazione non era esattamente come descritta dalla figlia. Nonostante i presunti abusi, la ventenne era tornata a vivere dal padre in diverse occasioni. La difesa ha contestato l'accusa di sequestro di persona, affermando che la ragazza non era mai stata confinata in casa. L'abitazione si trova al piano rialzato, rendendo la fuga più agevole. La difesa ha anche menzionato un episodio in cui la ragazza avrebbe ferito il padre.
La giovane ha ammesso di aver colpito il padre con un bastone, causandogli una ferita al sopracciglio. Ha anche tentato di scavalcare il balcone, procurandosi una distorsione alla caviglia. Inoltre, i carabinieri non erano riusciti a installare il braccialetto elettronico alla ragazza. Questo dispositivo avrebbe dovuto segnalare eventuali contatti con il padre. La ragazza non aveva accettato di indossare il dispositivo di controllo, giustificandosi con la sua distrazione. Ha affermato di dimenticare spesso anche il telefono. Questo tentativo di scagionare il padre, tuttavia, non è servito a evitargli l'ennesima condanna.
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